Il sentiero delle donne
scopri il Divino femminile in te
Un percorso di crescita personale per Ri-membrare
di Renata D’Amico*

Inno a Iside
Perché io sono la prima e l’ultima,
io sono la venerata e la disprezzata,
io sono la prostituta e la santa,
io sono la sposa e la vergine,
io sono la mamma e la figlia,
io sono le braccia di mia madre,
io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
io sono colei che dà la luce e colei che non ha mai procreato,
io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
e fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la madre di mio padre,
io sono la sorella di mio marito,
ed egli è il mio figlio respinto.
Rispettatemi sempre,
poiché io sono la scandalosa e la magnifica
Ho iniziato a occuparmi di divino femminile circa dieci anni fa, nel momento in cui decisi che sarebbe
stato il tema di un mio nuovo romanzo. All’origine del libro c’era l’afflizione di fronte a un mondo
impazzito, la guerra, la fame, il dolore e la violenza e mi domandavo: come porre fine a tutto questo? L’immagine che continuava a tornarmi era quella di una madre con il proprio figlio.
L’essere diventata madre negli anni precedenti mi aveva convinta che se avessimo applicato alle
nostre relazioni esterne gli stessi principi della maternità avremmo potuto veramente salvare il mondo.
Il femminile, scrive G. La Porta in Il ritorno della Grande Madre, è “la capacità di abbandono e di
tenerezza, l’accettazione del diverso, del debole, dello straniero.
È l’energia che guida il mondo. È il sentimento dolce e rutilante, erotico e avvampante che sussurra
alle creature il mistero della vita.
È la Luna, è Artemide, è Persefone, Iside, Ishtar, è la madre che osserva, riflette, ama e non giudica.
È la nostra capacità di intendere e di comprendere, priva di pregiudizi e di rancori.
È l’energia raggiante che si dispiega benevola sulle creature.
È la possibilità di un mondo privo di lotte e odi. È la pace della mente e del corpo.
È la follia, la conoscenza, è contemporaneamente luce e buio, notte e giorno.”
Femminile, proseguo io, è la Madre Terra, è il potere creativo che si esprime nella capacità di aprirsi
al nuovo, di accogliere gli elementi trasformativi, di attendere che i semi percorrano il loro cammino
fino alla sua realizzazione.
E così, leggendo e rileggendo pagine sul Femminile, sempre più forte, diveniva la convinzione
che un futuro di pace è possibile, se abbiamo la volontà di riaprire le porte alla Grande Madre,
per ridarle il posto che le spetta e giungere quindi alla conciliazione tra le due polarità di cui ognuno
di noi è composto.
Anche la Eisler e la Gimbutas confermavano la mia visione. Con il suo libro Il calice e la spada,
la Eisler voleva dimostrare che la guerra e la “guerra dei sessi” non sono decretate divinamente
e biologicamente e intendeva “confermare che un futuro migliore è possibile e che le sue radici
affondano nel dramma tormentoso di ciò che è accaduto veramente nel nostro passato”.
Avevo quindi posto l’attenzione sul momento di passaggio da una cultura della Grande Madre,
matrice sacra e custode di ogni elemento legato al tutto, a una cultura dove il principio divino maschile
stabilisce l’ordine patriarcale, negando al femminile la sua componente divina e relegandolo
a ruoli secondari.
Approfondii il confronto tra una società antica, strutturata sul culto della fertilità e fecondità,
che ha una visione dell’universo come una madre onnidispensatrice, dal cui grembo ha origine
ogni forma di vita, e nel cui grembo tutto ritorna per poi rinascere e una società centrata invece s
ulle qualità combattive - coraggio fisico, disprezzo della morte e quindi della vita - basata sul culto
della spada e del suo potere di togliere la vita per istituire e rafforzare il dominio.
Una società, quest’ultima, che si è sempre più separata da componenti come sensibilità, intuizione,
compassione, dolcezza, spontaneità, inclinazione all’amore per lasciar spazio alle qualità
necessarie a diventare un “guerriero”, un leader senza paura. Pace e guerra, femminile e maschile
a confronto, ma non necessariamente uomo-donna, dato che il femminile, nella sua dimensione creativa,
nella sua capacità di accogliere gli eventi e la loro possibilità trasformativa, fa parte delle potenzialità
sia dell’uomo che della donna. Ma non possiamo negare che è in quest’ultima che il Femminile
trova la maggiore possibilità di manifestarsi nel suo essere.
Partii dunque con la ricerca, ripetendo la procedura adottata per la stesura dei libri precedenti,
convinta che anche questo romanzo, come i primi due, sarebbe stato pronto nel tempo necessario
per una gestazione: nove mesi…
Uno sguardo storico-antropologico sembrava corrispondermi, credevo che sarebbe bastato
uno studio sui libri e le esperienze vissute fino a quel momento di un sentore di preveggenza
non incanalata, un’indole divinatoria vissuta in modo sporadico e disordinato e un certo senso
di buonismo che mi portava a dire che se fossero le donne a guidare il mondo tutto sarebbe diverso…
Ma non sempre i conti tornano…
Indagare il femminile vuol dire compiere un lungo viaggio verso una forma di conoscenza
che spesso non rispetta concetti né di spazio né di tempo, vuol dire scoprire una dimensione
parallela del magico e del mistero, dove non valgono le regole della logica, vuol dire perdersi,
ritrovarsi, lacerarsi e ricomporsi…
Ma io non ne ero ancora pienamente consapevole e così, dopo aver buttato giù la traccia del
romanzo e aver individuato diversi elementi antropologici e mitologici interessanti, accadde
che una serie di eventi, molto intensi e spesso dolorosi, mi allontanarono dalla stesura
del libro e mi condussero a vivere anni di profonde e radicali trasformazioni.
Intuivo che ciò che stava avvenendo, seppur molto sofferto, era necessario,
e che non mi sarebbe stato possibile scrivere del divino femminile senza prima viverne l’esperienza.
E di questo ne sono profondamente grata.
“Il Divino è dentro di voi
ed è presente dappertutto nel mondo naturale.
E tutto quanto è collegato da questa energia sacra.
Questo è il principio della divinità immanente al centro della nostra spiritualità.
Non è qualcosa in cui crediamo, è qualcosa "che noi sappiamo perché la proviamo"
con l'uso delle nostre pratiche e attraverso il nostro rapporto con la Natura.
Le streghe non hanno fede nel Divino, esse hanno esperienza del Divino.
Forse è giunto il tempo per una nuova definizione di magia
che vada oltre l'idea di cambiare la coscienza alla volontà
e di cambiare la realtà secondo le vostre intenzioni.
Io vorrei proporre che la magia sia anche quello che succede
quando vi aprite al Divino.
Tutta la magia reale è una manifestazione del Divino -
è come voi vi accomunate e compartecipate alla creazione della realtà
con l'essenza divina.
La magia non è qualcosa come comandare e controllare,
è partecipare e co-creare."
Phyllis Curott
Da allora sono passati dieci anni, il romanzo non è ancora stato scritto,
ma è un po’ come se ogni giorno della mia vita rappresentasse una pagina di questo libro
che ha trovato in un certo senso espressione nella mia ultima drammaturgia:
Non parlare di me**, un monologo iniziatico tutto al femminile, in cui la protagonista,
Eva, porta in scena le tappe evolutive della propria crescita interiore.
La scelta del nome della protagonista, Eva, non è ovviamente casuale,
in quanto il personaggio biblico ben rappresenta il passaggio dalla cultura della Grande Madre
all’ordine patriarcale.
Spodestata dal ruolo di dea Madre, Eva si ritrova alla ricerca di una propria identità
e vive il disagio dell’onnipresenza:
da Madonna/strega a una sfiancante frammentazione di ruoli.
Allo stesso modo, la protagonista di Non parlare di me, che vive ai giorni nostri
e di mestiere fa l’attrice, si rende conto della sempre più esigua distanza tra ciò che realizza
sul palcoscenico e ciò che compie nella vita; le parole degli altri hanno avuto il potere
di creare tanti personaggi che lei si è assunta l’impegno di interpretare: dalla figlia modello,
alla moglie-amante, alla madre-coraggio o sacrificio… E, alle soglie dei quarant’anni,
si ritrova ad essere una donna fortemente in crisi, che non ce la fa più a rispondere
alle pressanti richieste quotidiane.
La vicenda si snoda attraverso il confronto di tre generazioni: Eva; sua madre,
che rappresenta i modelli socialmente riconosciuti e la morale benpensante; e,
all’opposto, la nonna materna, considerata una persona “strana”, guidata com’è
da un irrefrenabile bisogno di dire e fare tutto ciò che le passa per la testa,
una donna dotata di una profonda sensibilità che si traduce in sensitività
e che incoraggia la piccola Eva a non rinnegare la propria identità
sotto le pressioni materne, una donna il cui comportamento si rivela disturbante
e pericoloso per il quieto vivere sociale e paga la coerenza alla propria natura
con la chiusura in manicomio.
Questo evento provocherà nella piccola Eva non solo un trauma, ma anche
il graduale oblio della nonna e della propria essenza.
“Se c’è uno spartiacque nella mia vita – dirà infatti da adulta -
quello è il manicomio. Lo spartiacque tra il mio essere e il mio non essere”.
Eva quindi affronta il proprio cammino di crescita, dalla sofferenza iniziale al momento in cui,
ormai estranea a se stessa, cerca sostegno nella nonna, che l’aiuterà – in un viaggio onirico,
attraverso le pagine di un diario - ad andare oltre le parole di chi ha forgiato la sua immagine,
e a superare paure e resistenze ataviche per accedere a un mondo dove i ricordi dell’infanzia
si sovrappongono a quelli di un trascorso edenico, in cui la prima Eva, custode del divino
femminile e del potere creativo, viene condannata al peccato e al silenzio.
Eva deve risvegliare la propria coscienza: è questa la sua redenzione.
E per fare questo, deve innanzitutto mettere a tacere le voci esterne
per ascoltare la propria voce interiore.
“Spogliati dei vestiti che non sono tuoi
– la incoraggia la nonna -
e chiedi al mondo di non parlare di te.”
Eva, è dunque in qualche modo parte di me, ma sono certa che è parte di tante altre donne
che stanno vivendo in questo momento il bisogno di ascoltarsi e ritrovarsi.
È come se lei desse voce a coloro che sentono di aver soffocato una parte di sé
che ora spinge per venire a galla, che percepiscono una voce che le chiama
e dice “vieni ti sto aspettando, è arrivato il momento di uscire allo scoperto, non aver paura…”
La disponibilità ad affrontare l’oscurità è la chiave della nostra trasformazione.
Ciò che temiamo in realtà è il tesoro al centro del nostro essere,
l’energia femminile primaria dalla quale siamo state separate per così lungo tempo.
È ciò che la Pinkola chiama la Donna selvaggia, l’Io istintuale innato.
“L’archetipo della Donna Selvaggia incorpora l’essere matrilineare alfa (…).
Ci sono donne alle quali questo rigenerante gusto del selvaggio arriva durante la gravidanza,
durante l’allattamento del loro piccino” o “mentre curano un rapporto amoroso
come curerebbero l’amato giardino.
La si sente anche attraverso la vista, attraverso spettacoli di grande bellezza.
La vediamo dove la vediamo, ovvero ovunque.
Viene a noi anche con il suono; con la musica che fa vibrare il diaframma, eccita il cuore (…)
Viene con la parola scritta e con la parola detta; talvolta una parola, o una frase, o una poesia,
o una storia è così risonante, così esatta, da rammemorarci, almeno per un istante,
quella sostanza di cui siamo realmente fatte…”
È un lavoro difficile, certo, spesso molto faticoso, doloroso ma non impossibile,
soprattutto se si ha l’opportunità di camminare insieme ad altre donne che decidono
di condividere la propria esperienza.
È un cammino che chiede dedizione, la voglia di mettersi in gioco, il coraggio di liberarsi
dai vecchi modelli, dal certo per l’incerto, consapevoli che là dove si crea un vuoto
si dà la possibilità al nuovo di arrivare. Come fossimo un utero in attesa di essere fecondate…
La storia di Inanna, che discende nell’oltretomba dove deve confrontarsi con la dea Oscura,
morire e putrefare per tre giorni per poi fare ritorno alla comunità con il potere di guaritrice
è emblematica. Durante questo processo di guarigione, Inanna deve rinunciare a ogni brandello
di identità lasciando che la Ereshkigal, la dea Oscura, agisca su di lei nel modo in cui,
le donne contemporanee, sperimentano come depressione, angoscia o impotenza e inutilità.
La disponibilità di Inanna a lasciare che si agisca su di lei non si basa sulla passività
ma sulla volontà attiva di ricevere.
Lo scopo è la trasformazione, ossia la rottura del vecchio modello.
È quello che Vicki Noble chiama sciamanismo femminile,
un cammino per risvegliarsi alla guarigione:
“Prima distruggere, poi creare: ecco il metodo della dea, della shakti. Il fuoco brucia le vecchie
strutture sradicandole e ne trasferisce le energie a un livello vibrazionale più alto.
Allora l’energia creativa liberata dalla distruzione consente la guarigione di qualsiasi malattia…”.
È lo stesso processo che la Madre Terra mette in atto per liberarsi del continuo avvelenamento
perpetrato da generazioni insane.
In tutto il mondo esistono immagini di Dee smembrate e l’atto dello smembramento è sempre
attribuito a un dio maschio che in ogni cultura ha preso il posto della Dea.
In India, Indra, in Babilonia, l’eroe Gilgamesh, in Messico, il dio della guerra Huitzilipotli…
“Non si tratta di ritornare al passato – scrive la Noble – ma di risvegliare la dea che c’è in noi,
si tratta di rivolgere la propria attenzione dentro di sé,
per acquisire una graduale e profonda conoscenza di se stesse e una guarigione
o un risanamento dal disagio di cui tante donne oggi si sentono afflitte.”
Ricongiungersi con il proprio divino femminile vuol dire dunque recuperare quelle parti
della sfera emotiva e intuitiva, rifiutate dalla cultura patriarcale, in quanto considerate
illogiche, irrazionali e non degne di esistere, vuol dire recuperare quella sapienza istintiva,
che ci appartiene per diritto ereditario biologico, per realizzare e vivere pienamente
la nostra essenza e divenire capaci di aiutare il mondo con efficacia.
È come se avessimo un’amnesia e non ricordassimo. Si tratta allora di risvegliarsi,
di compiere l’opera di ri-membrare, per tornare finalmente a casa.
Da bambina…
Da bambina avrei voluto domare i serpenti,
perché sarei cresciuta libera da tutte le false credenze.
E se Adamo avesse ascoltato la mia voce,
avrei potuto liberare anche lui dalle false credenze.
Da bambina avrei voluto cantare ad ogni respiro
e lasciare fluire con gioia la profonda armonia della mia Anima.
Da bambina sarei voluta andare nel bosco di notte
e rimanere immobile sotto le fronde ad ascoltare i suoni
e i fruscii che colmavano il silenzio…
avrei voluto camminare scalza,
vedere con i piedi e sprofondare le mie radici nella terra…
Da bambina ascoltavo una Voce
che mi accompagnava nei giochi
e mi incoraggiava a non dimenticarmi di me…
sentivo che non c’era confine tra il mio sogno e la realtà
e che se avessi desiderato ardentemente qualcosa l’avrei ottenuto.
Da bambina ho sognato un cornacchia.
Era attirata dalla sua stessa ombra,
la beccava, l’accarezzava, si strofinava fino a quando l’ombra ha preso vita.
Si è alzata, ha guardato la cornacchia negli occhi e poi l’ha mangiata,
sicché ora la Cornacchia è una cornacchia Morta.
E la cornacchia morta è il Guardiano mancino e
se guardo profondamente nei suoi occhi, trovo la porta del mistero.
La cornacchia conosce tutti i segreti;
è in grado di piegare le leggi dell’universo e cambiare forma.
Lei mi ha portato un messaggio…
mi ha detto: grida al mondo ciò che pensi e ciò che vedi.
E non aver paura.
Dal monologo Non parlare di me**
*Renata D’Amico, scrittrice, antropologa e Master Reiki, opera nell’ambito della crescita personale,
privilegiando l’approccio immaginativo nel percorso evolutivo dell’individuo nella sua totalità.
Svolge incontri sia individuali che di gruppo e conduce seminari in Natura sul pensiero creativo
e il divino femminile.
Per prenotazioni: C E N T R O - D A R S H A N
Via Paradisi, 15/3 TRENTO
Tel 347-760.30.15
respirolibero@gmail.com
**Non parlare di me, scritto da Renata D’Amico e prodotto dal Centro Teatrale Ziggurat di Trento,
ha debuttato nel febbraio 2006.
Ulteriori informazioni a riguardo si possono trovare sul sito www.teatroziggurat.it
bibliografia
- Saggistica:
Vicki Noble, Il risveglio della Dea, Tea
Riane Eisler, Il calice e la spada, Pratiche editrice
Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Longanesi
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono con i lupi, Frassinelli
Jean S. Bolen, Le dee dentro la donna, Astrolabio
Erich Neumann, La Grande Madre, Astrolabio
Selene Ballerini, Il corpo della Dea, Atanòr
Marko Pogačnik, La rinascita della Terra, Macro edizioni
Gabriele La Porta, Il ritorno della Grande Madre, Il Saggiatore
Miranda Gray, Luna Rossa, Macro Edizioni
- Narrativa:
Marion Zimmer Bradley, Il ciclo di Avalon: Le Querce di Albion,
La Signora di Avalon, La sacerdotessa di Avalon, Le Nebbie di Avalon, Tea o Longanesi
Phyllis Curott, Il sentiero della Dea, Sonzogno
Hernan h. Mamani, La profezia della curandera, Piemme
Brenda Gates Smith, I segreti dell’antica Dea, Sperling & Kupfer
Coloro che sono interessate/i possono inviarci i loro commenti.